Con paziente sagacia, Paolo Pagliaro da anni medita la nascita di una sedicente Regione Salento che andrebbe a racchiudere le attuali province di Lecce, Brindisi e Taranto, separando di fatto in due la Regione Puglia attualmente amministrata da Nichi Vendola. A tal fine, Pagliaro prevede un referendum lanciato con il sostegno gratuito di persone come lui molto interessate all’affare (si pensi a quante nuove poltrone da occupare) il cui auspicio è accompagnato da un’indistinta massa di imbecilli, fomentata grazie alle sue reti che in modo non sempre trasparente diffondono un campanilismo artefatto che può essere letto solo come una guerra tra poveri a beneficio di una piccola casta locale, dai confini evidentemente molto corti.Pagliaro è presidente (autonominato?) di un ‘movimento’ nato per chiedere un referendum da svolgersi nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto al fine di chiedere la secessione da Bari, Foggia e la neonata provincia Bat (Barletta-Andria-Trani). Quanta ipocrisia nelle sue parole, irradiate dalle sue reti come un novello Berlusconi locale. Nelle dichiarazioni televisive pronuncia un discorso confuso, ripetuto a manetta senza una convinzione autentica se non quella di raggiungere il proprio obiettivo politico-economico e, soprattutto, le sue reti non ospitano un contraddittorio agli autoproclami di libertà. E intanto partono simboli, colori, dichiarazioni, action plans e un comitato per il Sì.

Suo fratello Alfredo è già un politicante locale navigato, trasbordato in vari partitelli del cosiddetto centro moderato e oggi assessore al comune di Lecce nella giunta di centrodestra.

In sede di Assemblea Costituzionale vi fu una proposta per una regione della Terra d’Otranto ma fu bocciata. Le regioni partirono ufficialmente nel 1970 e già dopo pochi anni si registrarono iniziative secessioniste sporadiche (il M.A.S. Movimento Autonomista Salentino, probabilmente più separatista che secessionista); ci provò quindi il magliese Muci nel 1994 con Rinascita Salentina, quindi, nel 2001, un altro pseudo rampollo dell’imprenditoria locale, Eugenio Filograna, lanciò con ingenti spese pubblicitarie un partito separatista fantoccio che tuttavia ebbe una sonora sconfitta e lui stesso dovette poi vedersela coi guai di una agonizzante Postalmarket di cui era presidente, testimone di vicende poco egregie che per giorni tennero banco a Striscia la Notizia. Infine l’ex missino leccese, ex Presidente del Consiglio Regionale per AN, Mario De Cristofaro, con una sua lista Regione Salento. Poi iniziative virtuali sporadiche ma nulla più. Intanto Pagliaro ha costruito lentamente una strategia partita dalla campagna per acquistare prodotti salentini, ripetuta a manetta sulle sue reti anche per fare lobby con politici e imprenditori e sfociata, pochi mesi fa, in un manifesto di azione politica volto a coinvolgere il numero più alto di testimoni privilegiati per portare a termine il suo scopo, che probabilmente torna utile anche ai suoi sodali.

Quello che i leccesi pro-Regione Salento contestano ai baresi è la centralizzazione del potere (poltico-economico), eppure sino a due legislature fa a Bari regnava Raffaele Fitto, il berlusconiano in salsa democristiana-magliese che all’epoca non si era mai pronunciato in fatto di secessione mentre oggi a quanto pare, dopo vari coinvolgimenti in guai giudiziari e sconfitte elettorali, forse comincia ad assaporare un feudo tutto suo, più piccolo ma forse più sicuro.

In fatto di democristiani la piccola cittadina di Maglie, prima in Italia per rapporto esercenti commerciali-abitanti, ha già dato i natali ad Aldo Moro, Giorgio De Giuseppe, Fitto senior, suo padre, ex presidente della Regione, Salvatore Fitto, suo zio, imprenditore oleario e sindaco della cittadina. Ora Fitto a quanto pare, per ragioni di opportunismo politico anti-Vendola, sta con i secessionisti mandando avanti il suo fido Gabellone, presidente della provincia di Lecce.

Eppoi c’è l’incognita Adriana Poli Bortone, la quale dopo essere stata presa di mira direttamente da Pagliaro nella scorsa campagna elettorale per le provinciali, oggi tace sull’argomento, ma nessuno può escludere che non punti a una seggiola nuova di zecca. Per ora fa la dissidente in Senato e a Palazzo dei Celestini.

A dispetto dei megafoni delle tv locali, che come testimonial godono di un’infinita schiera bipartisan di politicanti poltronissimi e/o pluritrombati, i cittadini, soprattutto i giovani, non credono affatto che la Regione Salento serva a qualcosa, tant’è che si moltiplicano gruppi su Facebook (l’ultimo in pochi giorni ha superato 2000 iscritti). I pochi pagliarones corrono con più profili a senso unico per difendere l’indifendibile e la pongono sull’eterno scontro tra ‘noi’ e ‘loro’.
Si tratta di una retorica che trova terreno facile in molti lidi, soprattutto in Italia (dai Guelfi ai Ghibellini, allo scontro DC-PCI, sino ad oggi in cui Berlusconi agita i mostri del comunismo additando i cadaveri del PD). La difesa dei pro-Salento diventa un pessimo esempio di ‘lorismo’ che crea falsi miti collettivi snaturando l’essenza del dibattito a uno scontro superficiale utile a chi è in difetto.

Vi sono soluzioni alternative e meno onerose per la collettività per rimediare a una mala-amministrazione regionale che si addebita esclusivamente a fattori geografici (ma in realtà è solo questione di cricche).

La questione meridionale, causa della povertà cronica del Salento e, in misura maggiore di altre aree geografiche del Sud Italia, è altra storia, e le sue radici sono al Nord. Non della Puglia, ovviamente.

Come fa a chiamarsi Puglia una regione senza il Salento? Si compie già un errore nel definirla Puglia poiché originariamente si chiamava Puglie in quanto composta da più territori (Capitanata, Terra di Bari, Penisola Salentina) distinti forse per aspetti linguistici ma affini dal punto di vista culturale, gastronomico, religioso, politico.

Il Salento è un brand turistico creato recentemente, del quale nessuno conosce esattamente i confini. Pagliaro ha aspettato che il brand si consolidasse (anche grazie alle pubblicità che enti locali e aziende private hanno fatto sulle sue reti) e oggi punta al banco, ambendo a racchiudere nel suo prodotto anche città come Taranto e Martina Franca, ma anche Massafra, Grottaglie, Ginosa, Fasano, Locorotondo e Cisternino che nulla hanno a che fare con la penisola salentina. Siamo davanti a un mero artificio geopolitico non dissimile dalle operazioni che compie Bossi qualche migliaio di kilometri più a nord, probabilmente aiutato dal Trota (cosicché Aosta e Fermo sono a ragione parte di un’unica nazione e la loro affinità è senz’altro più forte di quella tra Terni e Viterbo).

E’ ora di dire basta con gli enti che anziché snellire e ottimizzare processi e risorse (senza tagliare ma spendendo possibilmente meglio) si moltiplicano e, con essi, cresce la spesa assolutamente inutile per consiglieri, autoblu, portaborse, consulenti, elezioni, etc. Il tutto grava sui cittadini tar-tassati ai quali lo stato taglia i servizi essenziali per mantenere crescenti costi della politica.

Questi affaristi incravattati si guardano bene dall’autorizzare commenti su video autocelebrativi di YouTube, ma per fortuna internet consente ben altri spazi di dibattito. Intanto c’è chi già lotta per portare nella sua città la sede del capoluogo di questa sedicente nuova regione. Non si dia per scontato che sia Lecce, perché Taranto è la città più popolosa, Brindisi oltre che importante nodo di trasporti è stata già capitale del Regno del Sud, sia pur per pochi mesi a cavallo tra il 1943 e 1944…

Da Paolo Margari Reset Italia