Renata Fonte: uccisa per aver difeso Porto Selvaggio. La storia che il Salento non deve dimenticare

Renata Fonte fu assassinata il 31 marzo 1984 a Nardò, nel Salento. Aveva 33 anni, due figlie, un incarico da assessore comunale e il coraggio di dire no alla lottizzazione di Porto Selvaggio. Quel no le costò la vita. Oggi il parco che ha salvato porta ancora il suo nome solo nella memoria di chi la conosce — e questo la dice lunga su quanto sia ancora attuale la sua storia.

Ci sono storie che andrebbero raccontate ogni anno, non solo il 31 marzo. Quella di Renata Fonte è una di queste.

Non era una politica di professione. Era un’insegnante, una madre, una donna che si era ritrovata in consiglio comunale quasi per caso — e che aveva scelto di fare la cosa giusta nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, con le persone sbagliate intorno.

Il risultato lo sappiamo: tre colpi di pistola, una sera di fine marzo, a pochi passi da casa. Aveva 33 anni.

Cosa trovi in questo articolo: chi era Renata Fonte, il contesto del Salento negli anni ’80, la lotta per Porto Selvaggio, l’omicidio e i suoi mandanti, il libro delle figlie e lo stato attuale del parco che lei ha salvato con la vita.

Il Salento degli anni ’80: terra di speculatori e silenzi

Per capire Renata Fonte bisogna capire in che mondo viveva. Il Salento degli anni ’80 era un territorio in bilico: bellissimo, ancora poco conosciuto al turismo di massa, e per questo appetibile. Molto appetibile.

La speculazione edilizia dilagava. I piani regolatori venivano modificati con una disinvoltura che oggi farebbe scattare indagini immediate. Le aree naturali erano bersagli, non patrimoni da tutelare. Chi si opponeva veniva isolato, minacciato, o peggio.

In questo quadro si stava affermando anche la Sacra Corona Unita, la criminalità organizzata pugliese che iniziava a infiltrarsi nella politica locale, negli appalti, nei consigli comunali. Non era ancora l’organizzazione strutturata che diventerà negli anni successivi, ma la logica era già quella: territorio, potere, silenzio.

Porto Selvaggio — il tratto di costa di Nardò con le sue calette di roccia, i fondali cristallini, la macchia mediterranea intatta — era uno dei bersagli. C’era chi aveva già pianificato cosa farci sopra.

Porto Selvaggio Nardò Salento

Chi era Renata Fonte: insegnante, madre, assessore

Renata Fonte nacque a Nardò nel 1951. Insegnante di scuola media, sposata, due figlie — Sabrina e Viviana. Una vita normale, se vogliamo usare questa parola.

Nel 1982, quasi a sorpresa, viene eletta nelle liste del Partito Repubblicano Italiano e diventa assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione del comune di Nardò. Non era una carrierista. Non aveva ambizioni di scalata politica. Aveva, però, un senso della legalità che in quel contesto risultava scomodo.

Inizia a usare i microfoni di Radio Nardò 1 per parlare di quello che sta succedendo: le pressioni per lottizzare Porto Selvaggio, le modifiche al Piano Regolatore, gli interessi che si muovono nell’ombra. Parla chiaro. Troppo chiaro.

1951
anno di nascita a Nardò
1982
eletta assessore comunale PRI
33
anni al momento dell’assassinio
31.3.1984
data dell’omicidio

La lotta per Porto Selvaggio: una donna contro un sistema

Il nodo centrale è il Piano Regolatore di Nardò e le modifiche che avrebbero consentito la lottizzazione e la speculazione edilizia nell’area di Porto Selvaggio. Un’area di rara bellezza, che oggi è Parco Naturale Regionale, ma che allora era semplicemente una preda.

Renata non ci sta. Si oppone pubblicamente, interviene nei consigli comunali, usa la radio locale come megafono. Le arrivano minacce. Le dicono di stare ferma, di non rompere certi equilibri. Lei continua.

Non è ingenua: sa a cosa va incontro. Ma la logica del “tanto non cambia niente” non appartiene al suo vocabolario. Difendere Porto Selvaggio per lei non è solo una battaglia ambientale — è una questione di legalità, di futuro, di rispetto per il territorio e per chi ci vive.

Renata Fonte
Renata Fonte

Il 31 marzo 1984: la sera che non avrebbe dovuto finire così

Era una sera come tante. Renata Fonte stava tornando a casa dopo un consiglio comunale. La aspettavano le sue figlie, il marito. Tre colpi di pistola la uccisero sotto casa, a Nardò.

Aveva 33 anni. Stava cercando di salvare un parco. Stava facendo il suo lavoro di amministratrice con onestà, in un momento storico in cui l’onestà era un lusso pericoloso.

Chi l’ha uccisa e perché: mandanti ed esecutori

Le indagini portarono alla luce una rete che metteva insieme politica locale, criminalità e interessi economici. Una storia tristemente italiana.

  • Giuseppe Durante e Marcello My — gli esecutori materiali dell’omicidio
  • Antonio Spagnolo — mandante principale, collega di partito di Renata, primo dei non eletti nelle stesse elezioni amministrative
  • Mario Cesari e Pantaleo Sequestro — intermediari tra i sicari e il mandante

Il movente era chiaro: Renata era un ostacolo. La sua opposizione alla lottizzazione di Porto Selvaggio bloccava interessi economici concreti. Eliminarla sembrava la soluzione più rapida.

Il processo portò a condanne definitive. La verità emerse. Ma questo non riportò in vita una donna di 33 anni che stava solo cercando di fare la cosa giusta.

Il racconto delle figlie: «Nostra madre Renata Fonte»

Anni dopo l’omicidio, le figlie di Renata — Sabrina e Viviana Matrangola — hanno scelto di raccontare la loro storia. Non come vittime, ma come testimoni di una vita che merita di essere conosciuta per intero.

Il graphic novel «Nostra madre Renata Fonte», scritto da Ilaria Ferramosca e illustrato da Gian Marco De Francisco, fa esattamente questo: racconta Renata attraverso gli occhi di chi la conosceva davvero. Non solo la paladina dell’ambiente, non solo l’assessore coraggiosa. Anche la madre, la moglie, la donna.

Nostra madre Renata Fonte - graphic novel

È un documento prezioso perché restituisce complessità a una figura che rischia di diventare solo un’icona. Le icone non parlano, non sbagliano, non hanno paura. Renata Fonte sì — e ha fatto la scelta giusta lo stesso.

Porto Selvaggio oggi: il parco che lei ha salvato (e che non porta ancora il suo nome)

Porto Selvaggio oggi è un Parco Naturale Regionale. I fondali sono protetti, la macchia mediterranea è intatta, i turisti arrivano da tutta Europa per camminare su quei sentieri e fare il bagno in quelle calette. È esattamente quello che Renata voleva che rimanesse.

C’è però una cosa che manca, e che pesa. Il parco non porta il suo nome. Ancora oggi.

In molte città italiane vengono intitolate strade e piazze a personaggi che hanno fatto molto meno. Una donna che ha pagato con la vita la difesa di quel territorio — che oggi genera economia turistica, che è diventato un simbolo del Salento autentico — merita che quel luogo porti il suo nome. Non come gesto simbolico. Come atto di giustizia.

Precisazione: la vera cronologia di Porto Selvaggio

Premessa: Renata Fonte resta, per chi scrive, un esempio di eroina civile. Detto questo, è giusta una precisazione, perché la vicenda viene spesso raccontata con una formula troppo semplice: «fu uccisa perché salvò Porto Selvaggio dalla cementificazione».

In realtà Porto Selvaggio era già parco prima dell’omicidio. Il Parco naturale attrezzato Portoselvaggio–Torre Uluzzi fu istituito dalla Regione Puglia con la L.R. n. 21 del 24 marzo 1980. Renata Fonte fu assassinata quattro anni dopo, il 31 marzo 1984.

Questo non rende la sua battaglia una leggenda. L’istituzione del parco non aveva chiuso la partita urbanistica: Fonte si oppose agli interessi edificatori e alle ipotesi di lottizzazione che continuavano a interessare l’area, contribuendo alla sua tutela concreta.

Quanto all’omicidio, i processi individuarono mandante, intermediari ed esecutori: il mandante fu Antonio Spagnolo, collega di partito di Renata e primo dei non eletti. Le motivazioni profonde, però, non furono ricostruite con assoluta certezza — anche se il legame con gli interessi su Porto Selvaggio resta centrale nella lettura storica della vicenda.

Il parco che conosciamo oggi, infine, è successivo: nel 2006 nasce il Parco naturale regionale «Porto Selvaggio e Palude del Capitano» (L.R. 6/2006), che amplia e riorganizza la tutela precedente.

1980
Porto Selvaggio diventa parco
1984
viene assassinata Renata Fonte
2006
nasce l’attuale Parco Naturale Regionale

Resta una storia straordinaria di impegno civile. Ma è proprio per rispettarne la memoria che vale la pena raccontarla nella sua complessità, invece che ridurla a uno slogan.

Fonti: Regione Puglia – L.R. 21/1980; L.R. 6/2006; archivio ANSA.


Perché questa storia va ricordata, ogni anno

  • Non è storia passata — le pressioni su territorio e ambiente non sono finite nel 1984. La logica è la stessa, cambiano solo gli strumenti.
  • Era una persona normale — non una eroina da romanzo. Era un’insegnante con due figlie che ha fatto la scelta giusta. Questo la rende ancora più importante.
  • Ha funzionato — Porto Selvaggio esiste ancora, intatto, grazie anche a lei. Le battaglie giuste, a volte, si vincono.
  • Le sue figlie continuano — Sabrina e Viviana Matrangola portano avanti la memoria della madre. Non come peso, ma come scelta consapevole.
  • Il Salento deve riconoscerla — intitolare Porto Selvaggio a Renata Fonte è il minimo. Non un favore, un dovere.

Ogni volta che cammini su quei sentieri di Porto Selvaggio, ogni volta che ti immergi in quelle acque trasparenti, stai godendo di qualcosa che qualcuno ha provato a distruggere. E che una donna di 33 anni ha scelto di difendere fino in fondo.

Ricordarlo non costa niente. Dimenticarlo, sì.

Conosci la storia di Renata Fonte? Hai visitato Porto Selvaggio? Lascia un commento — queste storie hanno bisogno di continuare a circolare, soprattutto in Puglia.