Nel Castello Svevo di Manfredonia è custodita la più grande collezione di Stele Daunie al mondo — oltre duemila lastre di calcare incise tra il VII e il VI secolo a.C. da una civiltà preromana della Puglia settentrionale. Sono tra i reperti più straordinari dell’archeologia italiana. Quasi nessuno le conosce.
C’è un museo nel Sud Italia che ospita una delle collezioni archeologiche più singolari d’Europa. Non è a Roma, non è a Napoli, non è a Palermo. È a Manfredonia, in provincia di Foggia, all’interno di un castello medievale che si affaccia sul mare Adriatico. Le Stele Daunie di Manfredonia sono il motivo per cui vale la pena fermarsi qui — e la cosa più incredibile è che il 99% dei turisti che ogni anno attraversa il Gargano non sa che esistono.

Le Stele Daunie sono lastre di pietra calcarea estratta dalle cave del Gargano, incise con figure umane, scene di vita quotidiana, rituali, battaglie, cerimonie nuziali e funebri. Sono state realizzate da una civiltà — i Dauni — che non ci ha lasciato testi scritti. Le stele sono la loro scrittura. Il modo in cui hanno scelto di raccontarsi prima di scomparire.
Chi erano i Dauni: una civiltà dimenticata
Prima di Roma, prima dei Romani, la Puglia settentrionale era abitata da popolazioni che gli antichi chiamavano Iapigi. Gli Iapigi erano divisi in tre grandi gruppi: i Messapi nel Salento, i Peucezi nella zona di Bari, e i Dauni nel nord — quello che oggi chiamiamo Capitanata, il territorio tra il Gargano, il Tavoliere delle Puglie e il Sub-Appennino Dauno.
I Dauni si insediarono in quest’area intorno al 1000 a.C., probabilmente migrando dall’area balcanica e fondendosi con le popolazioni locali già presenti. Fondarono centri importanti — Arpi, Siponto, Salapia, Teanum Apulum — che controllavano le rotte commerciali dell’Adriatico meridionale e i pascoli del Tavoliere, uno dei più grandi della penisola italiana.
Non erano una civiltà secondaria: avevano contatti commerciali con i Greci, con gli Etruschi, con il mondo balcanico. Ma non ci hanno lasciato testi scritti. Quello che sappiamo di loro — la loro organizzazione sociale, le loro credenze religiose, il loro abbigliamento, le loro cerimonie — lo sappiamo quasi interamente dalle stele.
stele conservate nel Museo di Manfredonia — la collezione più grande al mondo
sec. a.C. — periodo di realizzazione delle stele, tra 2.600 e 2.800 anni fa
cm di altezza — le dimensioni variano significativamente da stele a stele
anno di apertura del Museo Archeologico di Manfredonia nel Castello Svevo
Cosa sono esattamente le Stele Daunie
Le stele sono lastre rettangolari di calcare — la pietra estratta dalle cave del Gargano, vicino a Monte Sant’Angelo. Ogni lastra è decorata su tutte e quattro le facce con incisioni più o meno profonde, originariamente sottolineate da pigmentazione in rosso, ocra e bruno. Dalla sommità sporge una testa scolpita — a volte liscia e aniconica, a volte con tratti anatomici definiti: occhi e bocca incisi, naso e orecchie a rilievo.
Le dimensioni variano considerevolmente: si va da lastre di 40 centimetri alle più grandi che superano il metro e trenta. Lo spessore è contenuto — tra 3 e 12 centimetri — il che rende il supporto sottile rispetto alla ricchezza della decorazione che vi è incisa sopra.
La parte bassa delle lastre è intenzionalmente lasciata senza decorazione. Questo ha fatto ipotizzare agli archeologi che le Stele Daunie venissero conficcate verticalmente nel terreno — con la parte decorata che emergeva come un pannello narrativo, visibile su tutti i lati.
Cosa raccontano le incisioni: un mondo in pietra
Qui sta il cuore di tutto. Le stele non sono semplici lastre commemorative — sono narrazioni. Le incisioni raccontano storie, mostrano persone, descrivono cerimonie con un dettaglio che non ha eguali nell’arte preromana dell’Italia meridionale.
Le stele si dividono in due grandi categorie, identificabili dalla decorazione principale:
- Stele maschili con armi (circa il 14% del totale) — mostrano figure con pettorale, spada e scudo. Il cardiophylax — il pettorale protettivo — è spesso decorato con motivi geometrici elaborati che indicano il rango del guerriero. Alcune stele mostrano scene di combattimento a piedi o a cavallo, lotte armate, caccia.
- Stele con ornamenti (circa l’86% del totale, incluse le femminili) — mostrano figure con collane, fibule, cinture con nastri pendenti e dischi circolari. Le figure femminili sono riconoscibili dalla lunga treccia sul dorso, spesso completata da elementi ornamentali. Mostrano cerimonie nuziali, riti funebri, processioni, scene domestiche.
Nelle scene figurate compaiono elementi che non smettono di affascinare gli studiosi: suonatori di lira, scene di navigazione, animali esotici, processioni rituali, figure che reggono coppe o strumenti musicali. Su alcune stele compaiono simboli ricorrenti — la svastica e il fiore a sei petali — che ritroviamo in culture lontanissime nello spazio e nel tempo, a suggerire connessioni commerciali e culturali che il Mediterraneo arcaico rendeva possibili.
Una stele in particolare, conservata al museo, mostra una scena di processione con suonatore di lira — un’immagine di una complessità compositiva che stupisce pensando all’epoca e al supporto su cui è stata realizzata.
A cosa servivano le Stele Daunie: il mistero ancora aperto
La domanda che gli archeologi si pongono da sessant’anni è questa: a cosa servivano le stele? E la risposta onesta è: non lo sappiamo con certezza.
L’ipotesi più accreditata — formulata dall’archeologo Silvio Ferri che per primo le studiò sistematicamente — le identifica come segnacoli funerari: lastre poste sulla sommità dei tumuli che coprivano le tombe, per identificare e commemorare il defunto. La parte inferiore non decorata sarebbe quella conficcata nel terreno; la decorazione rappresenterebbe il defunto nella sua veste cerimoniale, con gli oggetti del corredo personale.
Ma questa interpretazione è contestata. Un’archeologa specializzata, Maria Laura Leone, ha sollevato un’obiezione decisiva: nessuna stele è stata trovata in situ, nel contesto tombale originario. Molte sono state recuperate riutilizzate come materiale da costruzione — nei muretti a secco, nelle fondamenta di abitazioni rurali. Non è quindi possibile stabilire con certezza la loro collocazione originaria.
Altre ipotesi le vedono come sculture votive per santuari funerari, come monumenti celebrativi eretti per personaggi di rango, o come elementi di confine territoriale. Il mistero non è risolto — e in un certo senso le rende ancora più affascinanti.
Come furono scoperte: la storia del farmacista di Mattinata
La storia della scoperta delle Stele Daunie di Manfredonia è essa stessa una storia degna di essere raccontata. Siamo negli anni Sessanta del Novecento. I contadini della piana sipontina, arando i campi intorno a Manfredonia, continuavano a imbattersi in strane lastre di pietra incisa. Le tiravano fuori dal terreno, le osservavano con curiosità, e spesso le rimettevano a terra o le usavano per costruire muretti.

A fare la differenza fu Matteo Sansone, un farmacista di Mattinata con la passione per l’archeologia. Sansone riconobbe l’importanza di quei reperti, cominciò a raccoglierli e a preservarli — alcune stele sono ancora oggi nella sua farmacia — e soprattutto contattò l’archeologo Silvio Ferri, filologo dell’Università di Pisa, chiedendogli di intervenire.
Ferri arrivò, vide, rimase folgorato. Iniziò uno studio sistematico che portò alla pubblicazione dei primi lavori accademici e alla scoperta dell’entità del patrimonio. Nel 1968 il Castello Svevo di Manfredonia — costruito nel XIII secolo da Manfredi di Svevia, figlio di Federico II — divenne sede del Museo Archeologico Nazionale. Nel 1980 fu allestita la prima esposizione permanente delle stele.
Visitare il Museo delle Stele Daunie a Manfredonia
Il Museo Nazionale Archeologico e Castello di Manfredonia è gestito dalla Direzione Regionale Musei Puglia. Il percorso espositivo si snoda in quattro sale principali con criterio cronologico — dalla Preistoria all’età arcaica — e include sezioni dedicate ai villaggi neolitici del Tavoliere, alla Grotta Scaloria, agli abitati dell’età del Bronzo, fino all’incontro con la civiltà daunia e le sue stele.
Le stele occupano la terza e la quarta sala. Sono presentate con pannelli esplicativi, e dal 2024 il museo ha introdotto un sistema di QR code con video in lingua dei segni e contenuti accessibili per visitatori con disabilità sensoriali — un progetto innovativo che ha ricevuto riconoscimenti a livello nazionale.
- Indirizzo: Piazza della Libertà, Manfredonia (FG)
- Come arrivare: da Foggia in auto o treno (30 minuti), da San Giovanni Rotondo (30 minuti), da Monte Sant’Angelo (20 minuti)
- Orari: verificare sul sito della Direzione Regionale Musei Puglia — in genere aperto tutti i giorni tranne il lunedì
- Biglietto: ingresso a pagamento, ridotto per under 18 e over 65 — importi aggiornati sul sito ufficiale
- Tempo di visita: almeno 2 ore per un percorso completo — le stele richiedono tempo e attenzione per essere apprezzate
- Visita guidata: disponibile su prenotazione — fortemente consigliata per contestualizzare correttamente le scene incise
Il contesto: Siponto e l’installazione di Tresoldi
A pochi chilometri dal castello, nella piana sipontina dove molte Stele Daunie furono trovate, sorge la Basilica di Santa Maria di Siponto — una chiesa romanica dell’XI secolo che si trova all’interno di un’area archeologica con stratificazioni che vanno dal Neolitico all’età medievale. Siponto era uno dei principali insediamenti dauni, e poi città romana, e poi porto medievale abbandonato nel XIII secolo quando Manfredi fondò la città che porta il suo nome.
Nel 2016, attorno alla basilica romanica è stata inaugurata un’installazione permanente dell’artista Edoardo Tresoldi: una struttura in rete metallica che ricostruisce la forma dell’antica basilica paleocristiana — più grande di quella romanica — demolita nei secoli. L’effetto è quello di una chiesa fantasma, trasparente, che si sovrappone all’edificio medievale originale creando un dialogo tra passato e presente di rara potenza visiva.
L’installazione è visitabile gratuitamente e si trova a pochi minuti d’auto dal museo. Mettere insieme le due visite — il museo con le stele al mattino, Siponto con l’installazione Tresoldi nel pomeriggio — è l’itinerario ideale per una giornata a Manfredonia.
Perché le Stele Daunie di Manfredonia meritano il viaggio
Ci sono musei che si visitano per dovere culturale. E ci sono musei che lasciano qualcosa — un’immagine che resta, una domanda che rimane aperta, una sensazione difficile da descrivere a parole.
Il Museo di Manfredonia è del secondo tipo. Le Stele Daunie non sono spettacolari nel senso convenzionale — non sono grandi come una statua greca, non sono dorate come i tesori egizi. Sono lastre di pietra calcarea grigia, alte al massimo un metro e trenta, incise con figure stilizzate che sembrano quasi bambine. Eppure qualcosa in quelle figure comunica attraverso ventisei secoli di distanza.
Una donna con la treccia sul dorso e le collane intorno al collo. Un guerriero con lo scudo e il pettorale. Una processione con suonatori. Sono persone che hanno vissuto, che si sono amate e combattute, che hanno seppellito i loro morti e costruito qualcosa abbastanza duraturo da arrivare fino a noi. E noi non sappiamo ancora del tutto cosa volessero dire.
Questa è la cosa più bella delle Stele Daunie di Manfredonia: il mistero è ancora aperto. E il museo quasi vuoto è il posto migliore per starci dentro, in silenzio, senza folla, a chiedersi le domande giuste.
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Fonti: Ministero della Cultura — Museo Nazionale Archeologico e Castello di Manfredonia; Wikipedia, voce “Stele Daunie”; Silvio Ferri, studi sulle stele daunie (anni ’60–’70); Maria Laura Leone, ricerche sulla funzione delle stele (1995–2008); Direzione Regionale Musei Puglia, progetto “Le stele daunie nella Lingua dei Segni” (2024). L’installazione di Edoardo Tresoldi alla Basilica di Siponto è stata realizzata nel 2016.











