Il griko è un dialetto neogreco ancora vivo in alcuni paesi della Grecìa Salentina, retaggio della lunga dominazione bizantina in Puglia. Scopri la sua origine, dove si parla ancora oggi e cosa lo lega alla Notte della Taranta.
Capita spesso di recarsi in vacanza in Salento e sentir parlare griko. Una lingua antica, il cui nome ricorda vagamente un’altra lingua, il greco. Ma cos’hanno in comune griko e greco? Dove si parla il griko e perché? Facciamo un po’ di chiarezza.

Cos’è il griko?
Il griko è un retaggio linguistico di un passato in cui la Puglia era dapprima sotto il dominio della Magna Grecia e poi, dopo la parentesi romana, sotto il dominio bizantino, il quale cessò piuttosto tardi, nel 1071, con la caduta di Bari e l’inizio del dominio normanno sui territori pugliesi. Solo allora, insomma, la Puglia diventava normanna — il Regno di Sicilia vero e proprio, con Ruggero II, nascerà solo più tardi, nel 1130. Ma il retaggio della dominazione bizantina sarebbe rimasto ben presente in zona per i secoli a venire e, a dirla tutta, è ancora ben presente oggi.
A livello linguistico infatti, la lingua parlata in Puglia, che come tutte le lingue era ed è un’entità viva, subì una serie di variazioni ed evoluzioni dovute a processi linguistici (metafonesi, dittongamenti ed altri) che la portarono ad assimilare le nuove influenze romanze portate dal cambio di dominazione.
Ciò non accadde per il griko, un dialetto neogreco ancor oggi vivo in alcuni paesi del Salento, che divenne a tutti gli effetti un’enclave linguistica, ovvero un’isola nella quale ancora oggi si parla una lingua che, attorno ai suoi confini, non è più in uso. Le enclave linguistiche possono essere frutto di fatti storici, come in questo caso, oppure di fenomeni migratori, come avviene altrove (si pensi al caso del dialetto veneto parlato ancora oggi in alcune zone del Tavoliere, o al francoprovenzale di Faeto e Celle di San Vito sui Monti Dauni). Con i bizantini non se ne andava tuttavia anche il rito greco, che rimase presente sul territorio sino al 1600 inoltrato.
Cosa resta oggi del retaggio bizantino
A livello linguistico, i paesi grecofoni che resistettero alle influenze della lingua italica giunsero, nel tempo, ad essere una trentina.
📜 L’Abbazia di San Nicola di Casole: la culla della cultura greca in Salento. Oggi in Puglia è possibile visitare i ruderi di una delle più importanti abbazie di rito greco del Mediterraneo: l’Abbazia di San Nicola di Casole, nei pressi di Otranto. Fu fondata nel 1098-1099 da Boemondo I d’Altavilla, principe di Taranto e futuro protagonista della prima Crociata, che la donò ai monaci basiliani. Divenne in breve tempo il più importante centro del monachesimo italo-greco del Meridione, con una biblioteca tra le più ricche d’Europa e un Circolo Poetico dove si componeva in lingua bizantina. Il monastero fu distrutto durante l’assedio turco di Otranto del 1480, e da allora non si riprese più.
Se invece desiderate udire il griko, non vi resta che recarvi nei paesi della Grecìa Salentina, ovvero Sternatia, Martignano, Calimera, Corigliano d’Otranto, Zollino e Martano. Fanno altresì parte della Grecìa Salentina Cutrofiano, Sogliano e Carpignano, che tuttavia non sono paesi ellenofoni; Melpignano e Soleto, invece, pur essendo ellenofoni, ad oggi non hanno più alcun abitante in grado di parlare il griko.
La Notte della Taranta: il griko sul palco. Negli ultimi anni i paesi della Grecìa Salentina si sono fatti promotori di un festival volto a tenere vivo il mito del tarantismo: il Festival della Notte della Taranta, un evento culturale e folkloristico noto anche al di fuori dei confini regionali. Nove delle tappe del festival attraversano proprio i comuni dell’area grika, e il concertone finale si tiene ogni anno a Melpignano. Trovi il programma completo delle tappe nella nostra guida dedicata.
Per chi vuole vivere un’esperienza più approfondita, esiste anche un itinerario di più giorni tra i paesi della Grecìa Salentina, pensato per attraversare i borghi dell’area grika tra castelli, frantoi ipogei e conventi, sulle tracce del griko, della pizzica e delle tarantate. Chi passa da Calimera, in particolare, può scoprire anche la leggenda della pietra della fertilità, custodita in una piccola chiesetta del centro.











