Il Salento è una colonia energetica d’Europa da cinquecento anni. Prima hanno abbattuto le foreste per fare carbone. Poi hanno piantato ulivi — non per il paesaggio, ma per produrre olio lampante che illuminava Londra, Parigi e Amsterdam. Oggi arrivano i pannelli fotovoltaici. La novità non è la colonizzazione: è che stavolta non porta nemmeno i braccianti.

500 anni di colonizzazione energetica del Salento

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Boschi
→ carbone di legna per l’Europa
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Olio lampante
XVI-XIX sec. → illuminava Londra e Parigi
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Fotovoltaico
oggi → 85% dell’energia va via

Il 9 luglio 2026, ventuno associazioni ambientaliste e civiche salentine hanno firmato un appello alla Regione Puglia per fermare quella che definiscono “colonizzazione energetica” della provincia di Lecce. Denunciano mega impianti fotovoltaici e agrivoltaici che consumano suolo agricolo, paesaggio e futuro: 67 megawatt su 92 ettari vicino Nardò, 54 megawatt su 117 ettari tra Corigliano d’Otranto e Cutrofiano. Solo in questo secondo caso si arriva a quasi 100 ettari totali se si contano le aree già occupate tra Astore, Le Lame e Appidè. La provincia di Lecce produce il 3,2% del fotovoltaico nazionale, con appena il 14,6% di autoconsumo. Il resto va via.

Mappa dell'impianto agrivoltaico da 54 MW tra Corigliano d'Otranto e Cutrofiano — aree Astore, Le Lame e Appidè

L’appello è giusto. La rabbia è comprensibile. Ma c’è qualcosa che manca nel dibattito attuale — qualcosa che cambia la profondità della storia che stiamo raccontando. Questo non è il primo atto della colonizzazione energetica del Salento. È l’ultimo di una serie che va avanti da almeno cinquecento anni.

“Questo non è il primo atto della colonizzazione energetica del Salento. È l’ultimo di una serie che va avanti da almeno cinquecento anni.”

In questo articolo: la storia dimenticata della Puglia come colonia energetica d’Europa — dai boschi abbattuti per il carbone agli ulivi dell’olio lampante che illuminava il Nord del mondo, fino ai pannelli solari di oggi. E la differenza cruciale tra le colonizzazioni di ieri e quella di oggi.

Prima degli ulivi c’erano le foreste — e le hanno abbattute

C’è una cosa che quasi nessuno sa sul paesaggio pugliese — e che cambia radicalmente il senso di ogni protesta sugli ulivi. Quel paesaggio non è antico. Non è naturale. È il risultato di una serie di trasformazioni violente del territorio, avvenute per scopi economici precisi.

foreste Puglia boschi querce paesaggio originale prima del disboscamento storia

Il botanico E. Carano, nell’Ottocento, definì la Puglia “Terra delle querce” — per la sua incredibile ricchezza di boschi di querce. Foreste planiziali, una fitta rete idrografica, aree umide, biodiversità. Oggi di tutto questo rimane poco: i boschi garganici, qualche lembo sulle Murge. Il resto è sparito nel corso di secoli di interventi umani progressivi e sistematici.

I Romani, per prime, distrussero le foreste del Tavoliere per creare pascoli e seminativi destinati a sfamare l’Impero. Come scriveva Delano Smith nel 1978, “il processo di disboscamento e di degradazione della vegetazione sul Tavoliere è vecchio quanto la storia umana” — forse l’esempio più antico di danno ambientale irreparabile provocato dall’azione irrazionale dell’uomo. Basta visitare il Bosco Incoronata vicino Foggia per capire cosa era e cosa dovrebbe essere la Puglia.

Nei secoli successivi, i boschi rimasti servirono soprattutto a una cosa: produrre carbone e legname. Il carbone di legna era il combustibile dell’Europa preindustriale — serviva per riscaldare, per fondere i metalli, per cuocere la calce con cui si costruiva. E il Sud Italia, con i suoi boschi ancora intatti, era la fonte ideale. I carbonai lavoravano in condizioni durissime, vivendo nei boschi per settimane, in assoluta povertà. Quando un bosco era esaurito, si passava al successivo. Prima ancora degli ulivi, il Salento e la Puglia erano già una colonia energetica.

La verità sugli ulivi millenari: uno dei miti più resistenti del turismo pugliese è quello degli ulivi “millenari” o “pluricentenari” come patrimonio immemorabile del paesaggio salentino. La realtà storica è più complicata. Certamente esistono ulivi antichi — in alcune aree la coltura dell’ulivo risale alla colonizzazione greca e romana. Ma la grande espansione dell’olivicoltura pugliese, quella che ha definito il paesaggio attuale, avvenne principalmente tra il XVI e il XIX secolo. Non per preservare un paesaggio, non per amore della terra — ma per produrre energia.

Quegli ulivi furono piantati — spesso al posto dei boschi abbattuti — per produrre l’olio lampante che illuminava l’Europa. Ogni ulivo era un generatore energetico. Ogni frantoio era una centrale. E prima di piantarli, qualcuno aveva pensato bene di abbattere quello che c’era. La differenza con oggi è solo la tecnologia.


L’olio lampante: quando il Salento illuminava l’Europa

Tra il Cinquecento e l’Ottocento, per quasi quattrocento anni, il porto di Gallipoli fu il punto di partenza di una delle materie prime energetiche più preziose d’Europa. Si chiamava olio lampante — olio di oliva ad alta acidità, non adatto all’alimentazione, ma perfetto per alimentare le lampade a olio che illuminavano le strade, le case, i luoghi di culto di tutto il continente. Londra, Parigi, Vienna, Berlino, Amsterdam: le grandi città europee bruciavano olio salentino per tenersi illuminate.

olio lampante Gallipoli frantoi ipogei Salento storia colonizzazione energetica Europa

Gallipoli era la capitale mediterranea di questa materia prima. Nei pressi del porto esistevano le “pile regie” — grandi depositi dove l’olio veniva stoccato prima dell’imbarco. Il porto lavorava a pieno regime. I bastimenti arrivavano da tutta Europa. La logistica era impressionante per l’epoca. Il commercio era in mano ai grandi mercanti — olandesi, inglesi, francesi — che acquistavano l’olio a Gallipoli e lo rivendevano con enormi margini sui mercati nordeuropei.

Nel Salento sorgevano centinaia di frantoi ipogei — mulini sotterranei scavati nella roccia calcarea, tenuti costantemente bui e freschi per facilitare la decantazione dell’olio. Erano operati da animali — asini e muli che giravano in tondo per far muovere le macine — e da uomini. Erano ambienti durissimi: bui, umidi, con livelli di ossigeno ridotti dalla combustione dei torchi. I lavoratori vivevano a stretto contatto con i resti della spremitura per settimane durante la stagione della raccolta.

400 anni
dal XVI al XIX secolo — il Salento come fornitore di olio lampante per l’illuminazione di tutta Europa
14,6%
autoconsumo del fotovoltaico in provincia di Lecce nel 2024 — l’85% dell’energia prodotta va via dal territorio
100 ha
di pannelli tra Astore, Le Lame e Appidè solo a Cutrofiano — uno dei territori più agricoli del Salento
300+ MW
di nuovi impianti fotovoltaici in attesa di autorizzazione nella sola provincia di Lecce

I profitti dell’olio lampante non restarono nel Salento. Certo, qualcosa rimase — i palazzi barocchi di Lecce, Nardò, Galatina, Martina Franca furono costruiti anche con quella ricchezza. I nobili e i grandi proprietari terrieri si arricchirono. Ma chi lavorava nei frantoi, chi raccoglieva le olive, chi guidava i muli nelle macine sotterranee — i braccianti — non vide quasi nulla di quella ricchezza. Un articolo di Ecquologia ha definito quella stagione “il primo land grabbing della storia”: la terra del Salento trasformata in piattaforma energetica per il profitto altrui, con forza lavoro locale sfruttata e senza diritti.


I braccianti non protestavano — perché avevano fame

C’è una domanda che merita di essere posta, anche se è scomoda. Quando nel XVI, XVII, XVIII e XIX secolo il Salento veniva trasformato in colonia energetica per illuminare l’Europa, qualcuno protestava?

La risposta è no. O almeno, non nel modo in cui protestavano le ventuno associazioni il 9 luglio 2026. E la ragione è semplice: chi avrebbe dovuto protestare — i braccianti che lavoravano nei campi e nei frantoi — aveva altro a cui pensare. Sopravvivere, innanzitutto. Il sistema della mezzadria divideva il raccolto tra il padrone che forniva la terra e il contadino che forniva il lavoro: originariamente al 50%, poi il 60% al bracciante dopo decenni di lotte. Non c’era spazio per contestare il modello energetico complessivo quando non si sapeva se si sarebbe mangiato l’indomani.

Le foreste che venivano abbattute per fare posto agli oliveti non erano “di nessuno” nel senso giuridico del tempo — erano demanio, proprietà dei grandi latifondisti, patrimonio delle comunità religiose. Il bracciante che le abbatteva lo faceva su ordine del padrone, in cambio di un salario di sussistenza. Che al posto dei boschi arrivassero ulivi invece che pannelli solari faceva poca differenza dal punto di vista di chi faticava per sopravvivere.

Oggi la protesta c’è. Ed è legittima. Ma viene da chi ha un tetto sulla testa, un reddito, un accesso all’informazione. Viene da chi può permettersi di chiedersi che paesaggio si vuole, quale futuro si preferisce. Il lusso di protestare contro la colonizzazione energetica è, paradossalmente, un segnale di progresso sociale. I braccianti dell’olio lampante non ce l’avevano.

“Il lusso di protestare contro la colonizzazione energetica è, paradossalmente, un segnale di progresso sociale. I braccianti dell’olio lampante non ce l’avevano.”


Oggi: la colonizzazione senza braccianti

pannelli fotovoltaici Salento campagna pugliese colonizzazione energetica agrivoltaico Cutrofiano

La differenza cruciale tra la colonizzazione energetica del passato e quella di oggi non è nella tecnologia — è in chi ci guadagna e chi rimane sul territorio.

Ieri — olio lampante
✓ Prodotto da migliaia di braccianti locali
✓ I proprietari vivevano nel Salento
✓ Qualcosa rimase: i palazzi barocchi
✗ Sfruttamento, nessun diritto, fame

Oggi — fotovoltaico
✗ Fondi internazionali, nessun legame col territorio
✗ Le imprese arrivano, montano e ripartono
✗ Pochissima manodopera locale
✗ 85% dell’energia va via. Zero beneficio locale

L’olio lampante era prodotto da migliaia di persone che vivevano nel Salento, lavoravano nel Salento, spendevano i loro magri guadagni nel Salento. I grandi proprietari terrieri che si arricchivano vivevano nel Salento — i loro palazzi sono lì, visibili. La ricchezza era iniqua, lo sfruttamento era reale, le condizioni di lavoro erano spesso disumane. Ma il territorio aveva comunque un ruolo attivo nel processo. Gli ulivi li piantavano i salentini. I frantoi li costruivano i salentini. L’olio lo producevano i salentini.

I mega impianti fotovoltaici di oggi sono diversi in un modo fondamentale. Sono progettati da grandi investitori finanziari — fondi di investimento internazionali, società di capitale — che non hanno nessun legame con il territorio. Vengono costruiti da imprese specializzate che arrivano, montano i pannelli e ripartono. Una volta operativi, richiedono pochissima manodopera locale per la manutenzione. L’energia prodotta va sulla rete nazionale e poi sui mercati europei. I profitti vanno agli azionisti dei fondi, che non vivono a Cutrofiano.

Come documentano le ventuno associazioni nel loro appello: la provincia di Lecce produce il 3,2% del fotovoltaico nazionale, con un autoconsumo del 14,6%. L’85% dell’energia che il Salento produce dai pannelli solari non lo usa il Salento. È una colonia energetica senza nemmeno la dignità di tenersi una parte di quello che produce.

“L’85% dell’energia che il Salento produce dai pannelli solari non lo usa il Salento. È una colonia energetica senza nemmeno la dignità di tenersi una parte di quello che produce.”


Cosa chiedono le 21 associazioni — e perché ha senso

Il documento firmato il 9 luglio 2026 non chiede di bloccare la transizione energetica. Non nega il problema climatico. Chiede qualcosa di più ragionevole e più difficile da realizzare: che la transizione energetica sia guidata da criteri di pianificazione invece che dalle strategie dei grandi investitori privati.

In concreto: una task force tecnico-legale coordinata da Regione e Province, la revisione del Piano Energetico Ambientale Regionale, la definizione chiara delle aree idonee per tipologia di impianto e dimensione. Privilegiare la generazione distribuita, l’autoconsumo, gli impianti di piccola e media scala collocati vicino alle utenze. Fare in modo che le comunità che ospitano gli impianti abbiano un vantaggio reale e proporzionato.

Sono richieste sensate. Sono anche richieste che si scontrano con tempi autorizzativi di anni, con normative complesse, con pressioni dei mercati energetici europei e con la difficoltà obiettiva di conciliare la necessità di espandere le rinnovabili con la tutela del territorio.

La storia dice una cosa chiara: il Salento è sempre stato bravo a produrre energia per altri. Prima con le foreste. Poi con l’olio lampante. Ora con il sole. La domanda non è se continuare a farlo — è se può farlo in modo da tenere qualcosa per sé, invece di lasciare ai posteri solo il paesaggio trasformato.

I braccianti dei frantoi ipogei non ebbero questa possibilità. Noi — chi protesta, chi scrive, chi legge — la possibilità di chiedere di meglio ce l’abbiamo. Vale la pena usarla.

Dopo i boschi, l’olio e il sole, lo stesso schema si è ripetuto su qualcosa di meno tangibile: la musica. La Notte della Taranta e la colonizzazione culturale del Salento è il quarto capitolo di questa storia — e stavolta non c’è nemmeno stato bisogno di convincerci.

L’appello delle 21 associazioni salentine è stato pubblicato il 9 luglio 2026 da Il Gallo — Settimanale del Salento. I dati sulla produzione fotovoltaica (4.161 MW installati in Puglia, 14,6% di autoconsumo, 3,2% della produzione nazionale per la provincia di Lecce) sono citati nel documento delle associazioni. Il mega impianto agrivoltaico da 54 MW a Cutrofiano/Corigliano d’Otranto (Masseria Appidè) è stato approvato nel giugno 2026 (fonte: Comune di Cutrofiano). I dati storici sull’olio lampante e i frantoi ipogei sono tratti da: Scintilena.com, Ecquologia.com, Meer.com, Università del Salento. La citazione sul disboscamento del Tavoliere è di C.J. Delano Smith, 1978.